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La spada nella roccia
Pubblicato da: paoletta , il: 7/1/2007

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DESTINATI A DIVENTARE RE:

  “La pressione sociale spinge molti genitori a fare del proprio figlio e della propria figlia personaggi di spicco, atleti, uomini e donne di successo, competitivi nella società del benessere. E ci si dimentica di aiutarli ad acquisire le virtù che li rendono veramente umani: l’onestà, la giustizia, la fede, la sobrietà, la fortezza, la bontà, ecc.

  E’ cambiato il rapporto giovani-adulti in favore di una maggiore uguaglianza prodotta non soltanto da una conoscenza più ampia dei giovani (la maggioranza di essi oggi ha studiato più dei genitori), ma anche da una varietà di esperienze da essi vissute al di fuori della famiglia. Molti giovani sono poi diffidenti nei confronti degli adulti e non li accettano più come maestri, ritenendo che essi hanno sbagliato strada per sé.

  I modelli di vita sono stati sostituiti da altri, pubblicizzati dai mass media con insistenza, secondo criteri finalizzati. Spesso ho sentito dai giovani il lamento: “Non abbiamo modelli adulti credibili”.

  Dinanzi a tali molteplici trasformazioni, l’educatore sarà molto aiutato dal confronto con l’azione educativa di Dio che, secondo il racconto biblico dell’Antico Testamento, ha attraversato cambiamenti e sommovimenti di ogni genere. Sarà condotto a capire che, ogni persona è sempre educabile: capace di crescere, di migliorare il proprio potenziale umano, di sviluppare le proprie capacità e attitudini personali, di modificare relazioni e prospettive, di scoprire e proporsi nuovi significati e valori”.

Così si esprime il card. Carlo Maria Martini in “Dio educa il suo popolo”.

Il Catechismo “Io sono con voi” afferma: “Ogni bambino è chiamato a essere ciò che nessun’altra persona è mai stata e sarà” (p. 110).

  La nota leggenda che presentiamo mette insieme i due elementi: la grande vocazione “ad essere re” che sonnecchia in ogni ragazzo e l’esigenza di un maestro-educatore che lo aiuti a scoprirla e farla crescere.

 

 

 

                     LA SPADA NELLA ROCCIA

 

 

Quando il buon re d’Inghilterra Uther morì senza lasciare eredi, apparve nella città di Londra un blocco di pietra sormontato da un’incudine d’acciaio. Infissa profondamente nella roccia, attraverso l’incudine, stava una lucente spada.

Sotto l’elsa, in lettere d’oro, erano incise le seguenti parole:

“Chiunque estrarrà questa spada dall’incudine e dalla roccia, sarà di diritto il re d’Inghilterra”.

 

Sebbene molti avessero provato con tutte le loro forze, nessuno era riuscito a estrarre la spada e neppure a smuoverla.

Perciò l’Inghilterra era ancora senza un re, e col passare degli anni la spada prodigiosa fu dimenticata. Erbe selvatiche e piante rampicanti avevano finito per avvolgerla, nascondendo completamente le parole d’oro.

 

In quel tempo viveva in Inghilterra un nobile cavaliere, Sir Ettore, che aveva due figli, uno vero e uno adottato.

Il maggiore, grosso e robusto, era Caio, il vero figlio del padre; il più giovane si chiamava Artù, ma tutti lo chiamavano Semola.

Magrolino e vivace, era il figlio a adottivo, benvoluto dal padre quanto Caio.

 

Un giorno Semola accompagnò Caio a caccia. Per non essergli d’impiccio e per meglio godersi le prodezze del fratello, molto abile nell’arco, il ragazzo si arrampicò su un albero rinsecchito.

“Zitto, Semola, ci siamo! Ecco un magnifico bersaglio”, sussurrò Caio alla vista di un cervo.

Ma, incoccata la freccia, proprio al momento del tiro venne distratto da uno schianto: il ramo sul quale stava Semola si era spezzato facendolo ruzzolare a terra.

 

“Sciocco, piccolo guastafeste!”, gridò Caio arrabbiato per l’occasione perduta insieme alla freccia, penetrata nel folto degli alberi.

“Oh, Caio, per favore, scusami e credimi: non l’ho fatto apposta. Corro subito a cercare le freccia, sono sicuro di trovarla!”, disse Semola sinceramente dispiaciuto mentre si rialzava.

“Nel bosco? Non dirmi che andrai là dentro! Lo sai che è pieno di lupi?”, fece Caio allarmato.

“Non ho paura”, dichiarò Semola mentre scompariva tra gli alberi.

Il ragazzo era molto più umile e coraggioso del fratello.

 

 

Mago Merlino

 

La freccia si era conficcata su un albero altissimo, che protendeva i suoi rami sul tetto di una capanna.

Il ragazzo si arrampicò, stava per afferrare la freccia, ma il ramo si spezzò e Semola precipitò nel vuoto, sfondò il tetto di paglia della capanna e piombò sopra una sedia di fronte a una tavola ben apparecchiata.

“E così sei arrivato per il tè, finalmente. Sei un po’ in ritardo, sai?”, disse un vecchietto raggiante, seduto dall’altra parte della tavola.

“In… in ritardo?”, balbettò Semola, sgranando gli occhi alla vista del vecchio signore che portava una lunga barba bianca e uno strano e buffissimo cappello a punta.

 

“Io mi chiamo Mago Merlino. E tu chi sei, figliolo?”, chiese il mago affettuosamente, versandogli il tè nella tazza.

“Il mio nome è Artù, ma tutti mi chiamano Semola”, rispose il ragazzo.

 

Semola portò la tazza alle labbra, ma non bevve subito: c’era qualcosa che non aveva ben capito.

“Come sapevate che io sarei…”.

“Che tu saresti piombato qui? Bè, sai, io sono un mago e ho il potere di vedere nel futuro”, rispose Merlino.

“Potete vedere tutto prima ancora che accada? Siete molto in gamba, signore”, esclamò Semola.

“Oh, chiamami Merlino e dammi del tu. Dimmi un po’: hai una certa istruzione?”, chiese il buon vecchio.

Il ragazzo rispose che stava apprendendo le regole della scherma e dell’equitazione per diventare uno scudiero.

“Ma non basta!”, esclamò Merlino con enfasi. “Io intendevo una vera istruzione. Devi studiare matematica, storia, geografia, scienze naturali, latino… prima di ottenere la tua legittima posizione nel mondo. La sorte ti ha condotto a me e io sarò da oggi il tuo precettore”.

“Ma io devo tornare al castello: hanno bisogno di me in cucina!”, protestò Semola, quasi risvegliandosi da un lungo sonno.

“Prepariamoci a partire”, tagliò corto Merlino, alzandosi.

 

 

Un grande torneo a Londra

 

Arrivando al castello, Semola e Merlino trovarono Sir Ettore seriamente incollerito per l’imprudenza del ragazzo, che ebbe per punizione quattro ore di lavoro supplementare in cucina.

 

In quel momento arrivò al castello un messaggero a cavallo.

“Nel giorno di Capodanno”, annunciò, “si terrà a Londra un grande torneo. Il vincitore salirà sul trono, divenendo così re d’Inghilterra”.

“Oh!”, esclamò Sir Ettore. “Caio, potrai essere tu il vincitore. Ti faremo investire cavaliere a Natale e poi via, a Londra! Semola ti farà da scudiero”.

 

Ma sotto i baffi e la barba, Mago Merlino sorrise.

 

Così, quando Caio incominciò i suoi allenamenti per il torneo con lancia e spada, Marlino approfittava degli intervalli per insegnare a Semola le cose più importanti. A usare l’intelligenza, per esempio, invece della forza, poi la costanza, la generosità, la tolleranza, l’umiltà.

 

I mesi estivi e il caldo, dorato autunno senza piogge passarono in fretta. Semola aveva imparato a leggere, scrivere e far di conto; così potè studiare scienze, geografia e storia sui libri del mago.

Il ragazzo era rimasto smilzo e magrolino, ma il mago sapeva che la bontà e la generosità erano doti molto più importanti della forza fisica.

 

Giunse l’inverno e a Natale Caio fu investito del titolo di cavaliere. Si brindò per augurargli la buona fortuna: “A Sir Caio e… al futuro re d’Inghilterra!”.

 

Semola si era rassegnato a restare nell’ombra. Ma quando Semola corse da Maerlino, felice di mostrarsi nei panni di scudiero, il mago esclamò: “Bella mascherata!”.

“Ma tutti gli scudieri sono vestiti così!”, protestò il ragazzo.

Merlino sembrava irritato: “Io pensavo che tu volessi diventare qualcuno, che avessi un briciolo di cervello. Invece farai da spalla a quel giuggiolone di Caio!”.

“Ma cosa vorresti che fossi?”, chiese Semola. “Non sono nessuno io: è già una fortuna per me far da scudiero. Non sai che cosa succederà fra pochi giorni…”.

“Lo so, eccome!”, dichiarò Mago Merlino. E improvvisamente scomparve.

 

Qualche giorno dopo, proprio alla vigilia del torneo, Caio e Semola uscirono dal castello e cavalcarono fieri e impettiti verso Londra.

Quella notte si fermarono a dormire in una locanda. Il giorno dopo, a capodanno, giunsero in città.

Il campo del torneo traboccava di spettatori. Era venuta gente da ogni parte del regno.

Tutti, eccitatissimi, scrutavano i cavalieri cercando di riconoscere il più forte tra loro, quello che avrebbe vinto il torneo e sarebbe diventato il nuovo re d’Inghilterra. I concorrenti erano agitati.

Sir Ettore rincuorava l’emozionatissimo Sir Caio:

“Coraggio, ragazzo mio. Sono sicuro che vincerai. Sento nella ossa che il re d’Inghilterra sarà mio figlio”.

 

 

Una pioggia di luce dorata

 

L’araldo diede finalmente l’annuncio:

“Per la Corona d’Inghilterra, si dia inizio al torneo…”.

 

Semola, che assisteva alla scena, emise un gemito: solo allora si ricordò di aver lasciato la spada di Caio alla locanda nella quale avevano passato la notte. Corse via come una freccia, ma quando giunse alla locanda la trovò chiusa. Erano andati tutti al torneo.

Il maldestro scudiero si disperò:

“Oh che posso fare? Caio deve avere quella spada per vincere il torneo e diventare re d’Inghilterra!”.

 

Con le lacrime agli occhi, stava ritornando sui suoi passi, quando accanto alla chiesa vide l’elsa di una spada, conficcata nella roccia, che scintillava al sole.

Il ragazzo la estrasse delicatamente e la portò di corsa sul campo del torneo.

 

“Ma questa non è la mia spada”, osservò Caio appena la vide.

“Aspetta, Caio! Un momento!”, intervenne Sir Ettore, che aveva notato sotto l’elsa l’iscrizione a caratteri d’oro: “Chiunque estrarrà questa spada...”.

 

“Oh, ma questa è la spada nella roccia!”.

Sir Ettore impallidì, ricordando l’antica leggenda.

“Semola, dove l’hai presa?”, chiese.

“L’ho estratta da un’incudine che stava su una roccia, vicino alla chiesa”, rispose tremante il ragazzo.

 

Un piccola folla di nobili si era radunata intorno a loro.

Sir Ettore disse: “Accompagnaci alla chiesa e mostraci come hai fatto!”.

 

Semola tornò al camposanto, infilò la spada nell’incudine e poi la estrasse nuovamente.

“Chiunque potrebbe farlo!”, brontolò Caio; e, impugnata l’elsa della spada che il padre aveva riposto nella fenditura, diede uno strattone, ma la spada non si mosse neanche di un millimetro.

Intanto lo spiazzo intorno alla roccia si riempiva di gente curiosa.

 

Un cavaliere gridò: “Fate riprovare a quel ragazzo!”.

E Semola riprovò per la terza volta. Non appena le sue mani toccarono l’elsa, una pioggia dorata scese su di lui.

La spada incantata obbedì docilmente al suo richiamo.

Un mormorio di meraviglia si levò allora dalla folla. L’origine di quella spada era ben viva nella memoria dei presenti.

Un cavaliere dichiarò: “E’ giovane e così esile quel ragazzo. In realtà è più forte di tutti i cavalieri del regno!”.

“Ma come si chiama il ragazzo?”,  chiese un nobile a Sir Ettore.

“Semola… Ehm, volevo dire, Artù!”, rispose il padre, con le lacrime agli occhi per la commozione.

 

Tutti gridarono in coro:

“Viva Re Artù! Lunga vita al nostro giovane re!”.

 

 

 

 

L’ESPERIENZA NASCOSTA NEL RACCONTO:

·         Nella lettera pastorale “Itinerari educativi”, il cardinale Carlo Maria Martini affronta con particolare attenzione la situazione psicologica del ragazzo e i problemi educativi che essa comporta. E suggerisce agli educatori una proposta formativa articolata in più tappe. La prima di queste tappe consiste nell’aiutare il ragazzo a conoscere se stesso: sarà lui il protagonista della sua realizzazione. Quindi sarà necessario portarlo a prendere coscienza delle sue capacità, della sua personale ricchezza, attraverso una giusta valorizzazione di sé e un’adeguata stima. Riesce molto difficile a un ragazzo crescere e maturare senza la fiducia delle persone che contano per lui, vale a dire i genitori e gli educatori. Occorre anche educarlo all’uso del sacramento della Penitenza e della direzione spirituale come aiuto alla conoscenza di se stesso.

·         E’ quanto avviene nella leggenda che abbiamo presentato. Semola non sarebbe mai diventato il re Artù, se non avesse incontrato il Mago Merlino. L’educatore, in un certo modo, può presentarsi come il “Mago Merlino” che vuol aiutare i suoi ragazzi a scoprire il “re” che sonnecchia dentro di loro. Anzi, è accanto a loro per aiutarli a essere molto più che re: a vivere come autentici figli di Dio, responsabili di se stessi e dei loro fratelli. E’ questa la missione a cui sono chiamati. Non possono certo accontentarsi di essere solo degli “scudieri”.

 

PER IL DIALOGO:

Qualche domanda può favorire il passaggio dal senso letterale della leggenda a quello simbolico.

- Chi credeva di essere Semola? Come scopre di essere Artù?

- Il nome “cristiano” significa qualcosa per te? Aggiunge qualcosa di importante alla tua vita?  

- A che cosa pensi di essere chiamato? Cosa vorresti fare da grande? Qual è la qualità che credi più importante per crescere?

- E’ stato importante per Semola incontrare il Mago Merlino?

- Chi ti aiuta a diventare grande? Che cosa pensi del tuo catechista? Come ti può aiutare?

 

PER L'ATTIVITA':

Si può preparare una raffigurazione della spada nella roccia; poi i ragazzi vengono invitati a scrivere su un cartellone, che le sarà esposto accanto, le qualità che pensano necessarie a chi la potrà estrarre.

L’educatore può anche progettare qualche momento di incontro con i singoli ragazzi e intitolarlo: “Il tè di Mago Merlino”.

 

ANCHE LA BIBBIA RACCONTA…

L’educatore può raccontare alcune delle “vocazioni” dei grandi personaggi della Bibbia: Abramo (Gn 12,1-9), Mosè (Es 3,1-20), Amos (Am 7,10-15), Isaia (Is 6,1-10), gli apostoli ecc.

E commentare anche il brano di Luca 22,29-30):

“Ora io vi faccio eredi di quel regno che Dio, mio Padre, ha dato a me. Quando comincerò a regnare, voi mangerete e berrete con me, alla mia tavola. E sederete su dodici troni per giudicare le dodici tribù del popolo d’Isarele”.




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