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La Parola del Papa : La gioia di essere prete - A Roma da tutto il mondo
Inviato da paoletta il 11/6/2010 13:08:53 (127 letture)

«Dio si serve di voi sacerdoti per servire gli uomini»

"La Chiesa, colpita dalla crisi delle vocazioni sacerdotali, chiede «operai per la messe di Dio» una richiesta che è essa stessa «un bussare di Dio al cuore di giovani che si ritengono capaci di ciò di cui Dio li ritiene capaci». Lo ha detto il Papa celebrando la messa conclusiva dell'Anno sacerdotale in piazza S.Pietro. «Era da aspettarsi - ha aggiunto il pontefice - che al "nemico" questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in
fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo - ha aggiunto - che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti, soprattutto l'abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di
Dio a vantaggio dell'uomo viene volto nel suo contrario».

«Chiediamo insistentemente perdono a Dio e alle persone coinvolte», per gli abusi nei confronti dei minori commessi da religiosi – ha detto il Papa – e «intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più». Il Papa ha aperto la sua omelia parlando del sacerdozio, definendo l'anno sacerdotale un «anno di gioia per il sacramento», nel corso del quale sono «venuti alla luce i peccati di sacerdoti, soprattutto l'abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell'uomo viene volto nel suo contrario».  

E, dopo aver chiesto perdono a «Dio ed alle persone coinvolte», ha promesso «di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più» e che «nell'ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l'autenticità della vocazione». «Vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino - ha proseguito - affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita».

La veglia finale di giovedì sera. Cinque domande al Papa, una per ogni continente, nella veglia finale dell’Anno Sacerdotale. Cinque sfide per la Chiesa e i sacerdoti del nostro tempo. Cinque risposte, quelle date da Benedetto XVI che, parlando a braccio e non con un discorso preparato, ha voluto così consegnare ai sacerdoti di tutto il mondo, anche tangibilmente, il segno della sua paterna vicinanza. Il Pontefice, a lungo acclamato al suo arrivo da una piazza San Pietro gremita, ha risposto e argomentato.

Sul celibato ha fatto notare che «sono sorprendenti le critiche» a questa regola, «in un mondo in cui va di moda non sposarsi». Ma il celibato dei preti «è una cosa fondamentalmente diversa dal non sposarsi di tanti, oggi, che è un non volere vincoli per vivere solo per se stessi». Il nostro celibato è totalmente diverso, «è un lasciarsi prendere per mano da Dio, un atto di fedeltà e fiducia che suppone la stessa fedeltà del matrimonio. È infatti un obbligarsi a un sì definitivo». Dunque matrimonio e celibato si richiamano a vicenda. «Se scompare il matrimonio, scompare la radice della nostra cultura».

Quanto alle difficoltà, il Pontefice ha ricordato che, «sì è vero, è molto difficile fare il parroco, in parrocchie sempre più grandi», ma ha anche sottolineato che ci sono tanti sacerdoti che fanno il loro dovere e li ha ringraziati. «È importante che la gente veda che non siete impiegati a ore, ma che siete appassionati di Cristo», ha detto. «Se si accorgeranno di ciò, i parrocchiani vi aiuteranno». Quindi il Papa ha fatto seguire alcune raccomandazioni: «Non trascurare la loro propria anima», altrimenti «non puoi dare agli altri quanto devi dare». E ancora: «Dio ci liberi dagli scandali che oscurano la testimonianza». Infine la raccomandazione della preghiera («per il sacerdote non è una cosa marginale, pregare è la sua professione»), di celebrare degnamente l’eucaristia e di fare la carità rendendosi sempre presenti accanto ai sofferenti.

Alla domanda sulla teologia Benedetto XVI ha risposto che «l’arroganza della ragione oscura la presenza di Dio nel mondo». «Bisogna avere il coraggio – ha aggiunto – di resistere alla apparente scientificità e non pensare che la ragione positivistica che esclude il trascendente è la vera ragione: è una ragione debole quella che presenta solo le cose sperimentabili». Perciò «noi teologi – ha scandito papa Ratzinger – dobbiamo usare la ragione grande e avere il coraggio di andare oltre il positivismo e l’esperimento, non sottomettendoci a tutte le ipotesi del momento».
Papa Ratzinger ha anche messo in guardia dal «clericalismo, la tentazione del sacerdote in tutti i tempi». La tentazione cioè «di trasformare il sacerdozio in una normale professione, di rendere accessibile e facile la via verso la Salvezza». Infine per il Papa, «la crisi delle vocazioni fa correre il rischio a tante Chiese di inaridirsi».

Alla veglia, che si è conclusa con l’adorazione eucaristica, hanno preso parte 15mila presbiteri un migliaio di seminaristi e 10mila laici. Diverse le testimonianze dal vivo, così come i collegamenti via satellite, che hanno portato sui maxischermi di piazza San Pietro i diversi contesti mondiali in cui i sacerdoti si trovano a svolgere il loro ministero. Da Ars l’attuale parroco della cittadina francese di San Giovanni Maria Vianney. Quindi il cenacolo da Gerusalemme, un religioso che opera nelle favelas di Buenos Aires e un parroco di Hollywood. Ambienti differenti, un’unica missione. Il tutto condito dalle note delle Orchestre sinfoniche del Conservatorio «Piccinni» e della Provincia di Bari.
«Vorremmo che questo Anno non finisse mai – ha detto il prefetto della Congregazione per il clero, cardinale Claudio Hummes – cioè, che non finisse mai la tensione di ciascuno verso la santità». Di qui il suo grazie al Papa «per ciò ha fatto e sta facendo per tutti i sacerdoti, anche per quelli smarriti». Il Pontefice, ha concluso, «ha già perdonato e sempre perdona il dolore che alcuni gli hanno provocato».
 
 Mimmo Muolo


La Parola del Papa : Dio aiuti il Papa a convertire i vescovi
Inviato da paoletta il 30/5/2010 09:53:35 (174 letture)

 

 

    La Chiesa è una cosa troppo importante (e troppo preziosa) per essere lasciata a preti, vescovi e prelati. Ci pensavo partecipando a una recente puntata di “Annozero” dove si parlava degli scandali della pedofilia (del clero) e un vescovo, mandato dalla Cei, ha fatto, poveretto, una figura desolante.

    Non ha saputo rispondere alle domande più ovvie, appariva palesemente impreparato quando si trattava di difendere il papa e la Chiesa da accuse ingiuste, e non ha saputo dire parole cristiane a chi è stato vittima di abusi. Eppure gli bastava ripetere sinceramente le cose grandi e umili che ha detto Benedetto XVI.

Ma non voglio colpevolizzare il povero monsignore di Palestrina, fin troppo biasimato in questi giorni dai suoi confratelli che lo hanno mandato allo sbaraglio e che lì, nella fossa dei leoni, ha pensato di cavarsela distribuendo maldestre risate.

     Non sono abituati, molti di loro, a esporre la faccia alle cannonate. Hanno vissuto sempre in sacrestia e non hanno mai rischiato qualche sprangata per annunciare Gesù Cristo. Non sanno dare ragioni.

    Ma quel che è peggio pochi – fra i prelati – sembrano voler capire quello che il Papa sta dicendo, sta facendo e sta chiedendo. Molti sembrano intenzionati a far finta di nulla. Ignorando questa sua rivoluzione pericolosa per le loro poltrone e le loro ambizioni.

     Dunque (lo dico da cattolico, da militante cattolico che è pronto a dare anche la vita per Gesù Cristo e per la Chiesa) non lasciamo la Chiesa nelle mani di una gerarchia oggi largamente inadeguata al momento grande e drammatico che viviamo.

     Non è un caso che Benedetto XVI abbia messo la Chiesa nelle mani della Madonna a Fatima e che in un precedente viaggio in Australia abbia chiesto ai laici, al popolo cristiano, di aiutarlo a estirpare dalla Chiesa il cancro marcio della pedofilia del clero e degli abusi sessuali.

    Che non sono un dramma a sé, ma sono la punta dell’iceberg di uno smarrimento generale, di un peccato che comprende tante altre cose. Come quell’ “abuso di autorità” e quel “carrierismo” che il Papa ha denunciato il 26 maggio scorso e che storicamente (anche nei nostri tempi) ha caratterizzato notevole parte della gerarchia.

 

 

Rivoluzione

 

   E’ una vera rivoluzione quella che Ratzinger sta cercando di fare. Una declericalizzazione che vuole far risplendere la bellezza del volto di Gesù.  

    Oggi più che mai perciò è necessario aiutare il Papa che quasi ogni giorno tuona, chiedendo ai prelati e ai preti “penitenza e purificazione”, sottolineando la necessità di sradicare il “carrierismo” e ripetendo “la necessità della giustizia” per le vittime che hanno subito violenze da preti.

    Si tratta di aiutare il Papa perché nella Curia romana e fra i vescovi non sembra di vedere schiere di penitenti vestiti di sacco con la cenere sulla testa. O almeno disposti a mettere in discussione seriamente se stessi e le proprie “ambizioni”.

    Fra le poche eccezioni c’è il cardinale Bagnasco che nella sua prolusione alla Cei di tre giorni fa ha avuto il coraggio di mettere il dito nella piaga.

    E ieri, dopo l’ennesimo richiamo del Santo Padre, ha osato affermare che in Italia vi è “la possibilità” che ci siano state coperture anche di qualche vescovo su casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti. “Si tratta – ha detto – di una cosa sbagliata, che va corretta e superata”.

     Il linguaggio ovattato e curiale può dar fastidio. Ma la prudenza stessa di questo inedito pronunciamento fa capire quanto forte sia la resistenza a questo umile riconoscimento.

     E a questa sacrosanta necessità di fare giustizia. Che, fra l’altro, è il solo atteggiamento che rende poi credibili nel difendere altri preti che magari sono stati calunniati ingiustamente.

    Ovviamente adesso si aspettano i fatti. Dovranno essere i vescovi a mostrare cosa significa seguire il papa e a chi si riferisce Bagnasco. Nell’attesa – che ci si augura breve – ci si può cimentare però con i casi già noti. Come quello di Firenze su cui un pronunciamento – e durissimo – della Santa Sede, che ha ridotto allo stato laicale quel personaggio, don Cantini, c’è già.

 

 

Scandalo fiorentino

 

   Pronunciamento, arrivato nel 2008, che è anche un pesante giudizio su come ha agito la Curia fiorentina almeno dal 2004.

    Eppure non risulta che vi sia mai stato – anche dopo la sentenza di Roma – un umile riconoscimento della propria inadeguatezza (per così dire, con un eufemismo) da parte del cardinale Antonelli che se n’è andato per limiti di età, mentre il vescovo ausiliario Maniago è ancora – incredibilmente – al suo posto.

    Non risulta che la Curia di Firenze – le cui gerarchie hanno ripetutamente solidarizzato con se stesse – abbia mai chiesto ufficialmente e solennemente “perdono” alle vittime per quello che hanno subito da un prete.

    Vittime che peraltro mostrano una coscienza cristiana commovente: per la loro sconvolgente capacità di perdono e per aver continuato a chiedere provvedimenti seri alla Chiesa come si fa con una madre, senza mai intentare cause civili miliardarie, come è stato fatto in altri Paesi.

    Dobbiamo forse sospettare che sia proprio questa loro bontà ad aver provocato la sordità di coloro che dovevano intervenire subito? Si aspettano risposte serie.

    Ma ora occorre dar seguito a ciò che Roma ha decretato, chiedendo oltretutto di aver cura materna delle vittime, che invece sembrano ancora essere considerate “nemiche”.

    Occorre un grande atto di umiltà. Vorremmo vedere vescovi e cardinali capaci di gesti che la cristianità dei secoli passati sapeva fare (magari anche facendosi da parte: andando a servire in un lebbrosario del Terzo Mondo).

    Vorremmo vederli piangere con chi piange, come il Papa a Malta, e inginocchiarsi davanti a coloro che, da bambini, subirono un orrore che portano ancora addosso e che vanno riconosciuti finalmente come il vero volto di Cristo crocifisso e non come nemici.

    E’ stato il papa stesso, a Fatima, a dire che le loro sofferenze rappresentano la peggior persecuzione subita dalla Chiesa.  

 

 

Il Re in ginocchio

 

   Sarebbe bello che questa purificazione penitenziale cominciasse proprio da Firenze, una città di cui Gesù Cristo è stato dichiarato Re, dal Comune, molti secoli fa.

    Perché lui, Gesù, il Nazareno, espresse la sua “regalità” proprio così: inginocchiandosi davanti a quei dodici esseri umani che aveva davanti, cioè davanti a ognuno di noi, indegnissimi peccatori. Inginocchiandosi – Lui, il Re dell’universo – davanti a ognuno di noi e lavando a ciascuno i piedi, come – a quel tempo – facevano gli schiavi.

     Gesù comandò di essere come il Figlio di Dio “che non è venuto per farsi servire, ma per servire”.

    Non è un’esagerazione evocare questo sconvolgente passo del Vangelo perché è stato il Papa stesso, nel discorso del 26 maggio, a citarlo per ribaltare il concetto di “gerarchia” e per rivoluzionare la Chiesa purificandola e rinnovandola.

   “Gerarchia”, ha detto il Papa, in genere viene inteso in senso giuridico, come potere e questo – ha detto – è stato “storicamente causato da abusi di autorità e da carrierismo, che sono appunto abusi e non derivano dall’essere stesso dell’autorità gerarchica”.

    Il suo significato vero sta proprio in quel gesto di Gesù, nel “servire”. Preti, vescovi, cardinali dovrebbero cominciare a concepirsi come “servi”, non come padroni della fede e della Chiesa.  

     Il Papa e noi, popolo cristiano, li vorremmo finalmente umili, distaccati da ambizioni, soldi e potere.

     Capaci di riconoscere i propri errori e di chiedere perdono. Uomini che puntano alla santità – come ha ripetuto il Papa – non a conservare o conquistare una miserabile poltrona, la cui sciocca gloria dura un attimo e poi è divorata dalle tarme.

    Come diceva il grande Tommaso Moro: “è già un pessimo affare dare la propria anima per il mondo intero, figurarsi per la Cornovaglia…”.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 29 maggio 2010


La Parola del Papa : Siamo polvere si, ma amata!
Inviato da paoletta il 17/2/2010 20:20:01 (616 letture)

VATICANO
Papa: la conversione personale e comunitaria è l’unica via per formare società più giuste
Celebrando il rito delle ceneri, Benedetto XVI dice che “seguire Gesù nel deserto è condizione necessaria per partecipare alla sua Pasqua”. Le Ceneri ricordano all’uomo che è “polvere, sì, ma amata da Dio” e che ““il primo atto di giustizia è riconoscere la propria iniquità, e riconoscere che questa è radicata nel ‘cuore’, nel centro stesso della persona umana”. 

 

Roma (AsiaNews) – La conversione personale e comunitaria è “l’unica via non illusoria per formare società più giuste, dove tutti possano avere il necessario per vivere secondo la dignità umana”. 

     E’ questa la via che la Chiesa indica anche ai nostri giorni, quando “l’umanità ha bisogno di sperare in un mondo più giusto, di credere che esso sia possibile, malgrado le delusioni che vengono dalle esperienze quotidiane”. Il cammino di conversione, che caratterizza la Quaresima, è stato indicato oggi da Benedetto XVI nel giorno delle Ceneri, che il Papa ha celebrato, secondo tradizione, nell’antica basilica romana di Santa Sabina.

 

Nella chiesa Benedetto XVI è arrivato, in un pomeriggio grigio di nuvole, in processione, partita dalla non lontana chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino, dove si è tenuto un momento di preghiera.
 
La riflessione del Papa ha evidenziato in primo luogo la dimensione personale della conversione, che stamattina, nel corso dell’udienza generale, ha definito “inversione” di vita. Egli è partito dall’affermazione che l’itinerario quaresimale, pone “a suo fondamento l’onnipotenza d’amore di Dio, la sua assoluta signoria su ogni creatura, che si traduce in indulgenza infinita, animata da costante e universale volontà di vita. In effetti, perdonare qualcuno equivale a dirgli: non voglio che tu muoia, ma che tu viva; voglio sempre e soltanto il tuo bene”.
 
“Questa assoluta certezza ha sostenuto Gesù durante i quaranta giorni trascorsi nel deserto della Giudea, dopo il battesimo ricevuto da Giovanni nel Giordano. Quel lungo tempo di silenzio e di digiuno fu per Lui un abbandonarsi completamente al Padre e al suo disegno d’amore; fu esso stesso un "battesimo", cioè un’"immersione" nella sua volontà, e in questo senso un anticipo della Passione e della Croce. Inoltrarsi nel deserto e rimanervi a lungo, da solo, significava esporsi volontariamente agli assalti del nemico, il tentatore che ha fatto cadere Adamo e per la cui invidia la morte è entrata nel mondo (cfr Sap 2,24); significava ingaggiare con lui la battaglia in campo aperto, sfidarlo senza altre armi che la fiducia sconfinata nell’amore onnipotente del Padre”.
 
“Tutto questo il Signore Gesù lo ha fatto per noi. Lo ha fatto per salvarci, e al tempo stesso per mostrarci la via per seguirlo. La salvezza, infatti, è dono, è grazia di Dio, ma per avere effetto nella mia esistenza richiede il mio assenso, un’accoglienza dimostrata nei fatti, cioè nella volontà di vivere come Gesù, di camminare dietro a Lui. Seguire Gesù nel deserto quaresimale è dunque condizione necessaria per partecipare alla sua Pasqua, al suo ‘esodo’. Adamo fu cacciato dal Paradiso terrestre, simbolo della comunione con Dio; ora, per ritornare a questa comunione e dunque alla vita eterna, bisogna attraversare il deserto, la prova della fede. Non da soli, ma con Gesù!”.
 
“In questa prospettiva si comprende anche il segno penitenziale delle Ceneri”, “essenzialmente un gesto di umiltà, che significa: mi riconosco per quello che sono, una creatura fragile, fatta di terra e destinata alla terra, ma anche fatta ad immagine di Dio e destinata a Lui. Polvere, sì, ma amata, plasmata dal suo amore, animata dal suo soffio vitale, capace di riconoscere la sua voce e di rispondergli; libera e, per questo, capace anche di disobbedirgli, cedendo alla tentazione dell’orgoglio e dell’autosufficienza. Ecco il peccato, malattia mortale entrata ben presto ad inquinare la terra benedetta che è l’essere umano”.
 
“Il primo atto di giustizia è dunque riconoscere la propria iniquità, e riconoscere che questa è radicata nel ‘cuore’, nel centro stesso della persona umana. I ‘digiuni’, i ‘pianti’, i ‘lamenti’ (cfr Gl 2,12) ed ogni espressione penitenziale hanno valore agli occhi di Dio solo se sono segno di cuori sinceramente pentiti. Anche il Vangelo, tratto dal discorso della montagna, insiste sull’esigenza di praticare la propria ‘giustizia’ – elemosina, preghiera, digiuno – non davanti agli uomini, ma solo agli occhi di Dio, che ‘vede nel segreto’ (cfr Mt 6,1-6.16-18). La vera ‘ricompensa’ non è l’ammirazione degli altri, ma l’amicizia con Dio e la grazia che ne deriva, una grazia che dona pace e forza di compiere il bene, di amare anche chi non lo merita, di perdonare chi ci ha offeso”.


La Parola del Papa : La Chiesa cattolica accetta l'adesione di molti fedeli angli
Inviato da pinuccia il 20/10/2009 21:08:53 (387 letture)

La Chiesa cattolica accetta l'adesione di molti fedeli anglicani


CITTA' DEL VATICANO, martedì, 20 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha annunciato questo martedì nel corso di una conferenza stampa la prossima pubblicazione di una Costituzione Apostolica di Benedetto XVI con cui la Chiesa cattolica accetta la richiesta di molti Vescovi, sacerdoti e fedeli anglicani di entrare in comunione piena e visibile.

Questa disposizione risponde alla domanda di adesione di un gran numero di anglicani (si è reso noto che tra 20 e 30 Vescovi hanno chiesto di entrare nella Chiesa cattolica) insoddisfatti per alcune modifiche realizzate all'interno di questa Comunione, tra cui l'ordinazione di donne al sacerdozio e all'episcopato, l'ordinazione di chierici omosessuali e la benedizione di coppie dello stesso sesso.

Nuova struttura

Durante l'incontro con i giornalisti, che ha avuto luogo nella Sala Stampa della Santa Sede, il Cardinale William Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha spiegato le ragioni di questa misura da parte della Chiesa cattolica.

“Gli anglicani che si sono messi in contatto con la Santa Sede hanno espresso chiaramente il loro desiderio per una piena e visibile comunione nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Nel contempo ci hanno parlato dell’importanza delle loro tradizioni anglicane relative alla spiritualità e al culto per il proprio cammino di fede”, ha detto il porporato.

Dopo la pubblicazione della Costituzione Apostolica, annunciata nella conferenza stampa per “i prossimi giorni”, il Papa introdurrà “una struttura canonica che provvede ad una tale riunione corporativa tramite l’istituzione di Ordinariati Personali, che permetteranno ai fedeli già anglicani di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica, conservando nel contempo elementi dello specifico patrimonio spirituale e liturgico anglicano”.

La figura degli ordinariati personali, che non dipendono dalle Diocesi, ricorda quella della “prelatura personale” (l'unica che esiste è l'Opus Dei) o i vicariati castrensi (Diocesi senza territorio in cui un Vescovo rappresenta l'autorità ecclesiastica per i militari o le forze dell'ordine cattolici e le loro famiglie, indipendentemente da dove si trovino).

La Costituzione Apostolica stabilisce che l'ordinario, il superiore, “possa essere o un sacerdote o un Vescovo non sposato” (i Vescovi anglicani che bussano alle porte della Chiesa cattolica in genere sono sposati).

Gli ex anglicani che vogliono aderire pienamente alla Chiesa faranno parte di questa struttura canonica, che avrà un proprio Vescovo e i propri sacerdoti, seminaristi e fedeli.

Sacerdoti sposati?

Tra gli adattamenti alla tradizione anglicana, la nuova Costituzione permetterà ai pastori anglicani sposati di diventare sacerdoti all'interno della Chiesa cattolica insieme alla moglie e alla famiglia.

Questa eccezione era già stata permessa dal 1994 quando, dopo la prima ordinazione di donne nella Chiesa anglicana, vari sacerdoti di questa confessione chiesero l'adesione alla Chiesa cattolica mantenendo il loro stato clericale, che venne concessa loro in modo individuale.

Da parte loro, i Vescovi sposati anglicani saranno accolti nella Chiesa cattolica, ma in qualità di presbiteri. Questa misura, secondo il Cardinale Levada, si applica per “motivi storici ed ecumenici”, perché per tradizione il ministero episcopale è legato al celibato.

Il Cardinale non è stato esplicito, ma secondo il costume i pastori anglicani accolti nella Chiesa come sacerdoti ricevono l'ordinazione sacerdotale da un Vescovo cattolico.

Visto che questo implicherà il fatto che questi ex pastori anglicani, entrando nella Chiesa cattolica, diventino sacerdoti cattolici sposati, alcuni giornalisti hanno chiesto al Cardinal Levada se questa misura non creerà confusione nella Chiesa cattolica di rito latino, dove il sacerdozio è legato al celibato.

Il porporato statunitense ha spiegato che la nuova struttura canonica permette questa eccezione, dovuta alla fede sincera di questi fedeli di origine anglicana, e ha considerato che se sarà spiegata correttamente verrà compresa da tutti i fedeli della Chiesa.



La Parola del Papa : Benedetto XVI visiterà la Sinagoga di Roma il 17 gennaio
Inviato da pinuccia il 13/10/2009 21:17:25 (364 letture)

Benedetto XVI visiterà la Sinagoga di Roma il 17 gennaio

In occasione della XXI Giornata di riflessione ebraico-cristiana

di Inma Álvarez

CITTA' DEL VATICANO, marttedì, 13 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Papa Benedetto XVI visiterà la Sinagoga di Roma il 17 gennaio 2010 in occasione della XXI Giornata di riflessione ebraico-cristiana, ha reso noto questo martedì la Santa Sede.

La visita, inizialmente prevista per l'autunno, è stata rimandata al 17 gennaio, giorno che coincide con la celebrazione ebraica del Mo’èd di Piombo, una festa specifica degli ebrei di Roma.

Si tratta della commemorazione di un miracolo avvenuto nel 1793 nel mese ebraico di Shevat (gennaio), quando un incendio, sicuramente doloso, colpì le porte del ghetto di Roma.

All'improvviso il cielo si oscurò “come il piombo” (da ciò deriva il nome della festa) e iniziò una pioggia torrenziale che spense le fiamme, salvando la vita degli abitanti.

Quel giorno viene ricordato nella Sinagoga di Roma con preghiere al mattino e al pomeriggio, e di notte il tempio si illumina completamente in segno di festa.

La festa del Mo’èd di Piombo coincide quest'anno con un altro avvenimento importante, la ripresa della Giornata di riflessione ebraico-cristiana, che ogni anno si celebra il giorno prima dell'inizio della Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani (18-25 gennaio).

Le Giornate erano state interrotte l'anno scorso da parte dei rappresentanti ebraici in segno di protesta per il permesso concesso dal Papa di utilizzare la formula, anche se modificata, dell'Oremus et pro Iudaeis per il rito tridentino.

Il 22 settembre scorso, quasi in coincidenza con lo Yom Kippur (la Giornata del Perdono), il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, e i rabbini Giuseppe Laras, presidente dell'Assemblea Rabbinica Italiana, e Riccardo Di Segni, rabbino capo della comunità ebraica di Roma, hanno annunciato la ripresa delle Giornate.

L'incontro che presiederà il Papa tratterà dei Dieci Comandamenti, e in concreto del quarto comandamento (secondo la numerazione ebraica): “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo”.



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